Dipinti del XIX e XX secolo Arte Cinese Scultura e Oggetti d'Arte Antiquariato e Dipinti Antichi Tappeti Antichi Argenti, Orologi e Gioielli Antichi e Contemporanei
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Il dipinto, proveniente da una collezione privata inglese, viene acquistato negli anni cinquanta dal celebre marchand-amateur Francesco Pospisil, che dal 1936 si era trasferito nel magnifico palazzo Sagredo sul Canal Grande a Venezia e aveva lì la sua collezione.
Il dipinto che qui presentiamo in origine poteva far parte di un pendant, come è il caso dei due dipinti di analogo soggetto provenienti dal palazzo Savorgnan di Brazzà di Udine e poi in Collezione Cella a Broni, che raffigurano appunto Il Trionfo di Scipione e La clemenza di Scipione.
Publio Cornelio Scipione, generale e uomo politico romano, è passato alla storia per aver sconfitto il condottiero cartaginese Annibale nella battaglia di Zama  del 202 a.C., ponendo di fatto fine alla seconda guerra punica e consentendo  a Roma di controllare tutto il mar Mediterraneo. Fu valoroso condottiero e stratega audace, ma si contraddistinse sempre per una grande magnanimità verso  i prigionieri,  conquistando il favore e la stima anche dei popoli da lui sottomessi.
L’episodio qui raffigurato è narrato da Polibio e secondo la tradizione sarebbe avvenuto dopo la presa della città di Cartagena, una delle basi cartaginesi più importanti in Spagna.
I soldati romani portarono a Scipione una fanciulla molto bella nella quale si erano imbattuti durante il saccheggio della città. Ma Scipione ringraziandoli disse loro che, essendo comandante, non poteva accettare un simile dono e riconsegnò la ragazza a suo padre. Poi, saputo che la fanciulla era promessa sposa di un giovane capo dei Celtiberi, di nome Allucio, lo mandò a chiamare facendogli dono della fanciulla e consegnandogli come suo regalo nuziale i ricchi omaggi che i genitori della ragazza gli avevano fatto in segno di gratitudine.
Il dipinto focalizza proprio il momento dell’incontro con il giovane Allucio, che si presenta inginocchiato al cospetto di Scipione, raffigurato seduto in posizione rialzata e sotto un baldacchino da campo arricchito da un prezioso tendaggio. Soldati con insegne, stendardi e armature costituiscono due quinte laterali, creando l’illusione di un campo militare animato che partecipa in maniera discreta alla scena. I soldati in primo piano sono però tutti intenti a discutere a due a due e sembra che nessuno guardi direttamente il centro della scena, separando in un certo modo la sacralità del gesto di Scipione dalla confusione del campo.
Anche la giovane fanciulla in piedi china il capo timidamente verso il basso, volgendo lo sguardo inevitabilmente al giovane innamorato, che con la mano sinistra indica i doni che Scipione gli sta consegnando.
La composizione è comunque dilatata in senso orizzontale, soluzione differente rispetto al dipinto di analogo soggetto di una delle quattro tele con episodi di storia romana scoperte da Sinding-Larsen nel 1959, nel cosiddetto giardino d’inverno della villa di Bogstad, presso Oslo, databili alla metà degli anni cinquanta del Settecento e considerate tra i più alti raggiungimenti dell’artista.
La stessa soluzione di quest’opera viene invece adottata in un’altra replica presente nella Collezione Cella di Broni, che mostra però notevoli varianti e una stesura pittorica più semplificata, tanto da poterla ritenere una seconda versione.
Per quanto riguarda la cronologia dovrebbe essere datata verso la metà degli anni quaranta, in un momento cioè precedente al ciclo di Bogdstad, che presenta una materia pittorica meno corposa e più sfrangiata.
Ca’ Sagredo e la Collezione Pospisil Ca’ Sagredo è uno dei più prestigiosi e antichi palazzi di Venezia e si affaccia sul Canal Grande, di fianco alla Ca’ d’Oro. Il palazzo, un misto di gotico e di veneto bizantino, mantiene sulla facciata l’aspetto originario con esafora bizantina al primo piano e quadrifora tardo-quattrocentesca al secondo, mentre è stato restaurato radicalmente nel corso del Settecento al suo interno.
Nell’acquistare il palazzo, il procuratore di San Marco Gherardo Sagredo lo fece ristrutturare per renderlo adeguato alla posizione sociale della famiglia. Commissionò all’architetto Andrea Tirali il progetto di una grandiosa scalinata coperta per sostituire la scalinata esterna già demolita.
Le pareti della nuova scala furono decorate da Pietro Longhi nel 1734, con un affresco raffigurante La caduta dei Giganti, ispirato agli affreschi della sala dei Giganti  di Giulio Romano, presente nel Palazzo Te di Mantova. Allo stesso tempo, Abbondio Stazio e Carpoforo Mazzetti Tencalla ricoprirono lussuosamente l’interno con stucchi, gran parte dei quali sono ancora nel palazzo. Gli stessi artisti crearono anche le decorazioni nell’alcova, un esempio eccezionale di camera da letto in stile rococò, ora conservata al Metropolitan Museum di New York.
La famiglia Sagredo contava numerosi amanti dell’arte e delle scienze. Gianfrancesco fu un grande ricercatore e amico di Galileo, che gli aveva dedicato il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, mentre Zaccaria possedeva una delle collezioni artistiche più celebri d’Europa; Gherardo stesso, che aveva comprato il palazzo, era proprietario tra le altre cose di quattro affreschi e di una tela di Giambattista Tiepolo, opere scomparse nel XIX secolo. Alla morte di Zaccaria gli eredi dispersero in una grande asta pubblica che si tenne alla fine del Settecento una collezione di mobili, libri, disegni e dipinti che in pochi anni era divenuta così celebre da attirare da tutto il mondo visitatori per ammirarla.
L’Ottocento non segnò eventi di rilievo nella vita del palazzo, che fu celebrato anche da Ruskin, finché nel 1936 non fu acquistato da una singolare figura di collezionista-mercante di origine mitteleuropea, Francesco Pospisil, che lo riportò a nuova vita. Quest’ultimo tornò a riempire le sale del palazzo di mobili, arredi e dipinti scelti con la passione del collezionista. Alla sua morte alla fine degli anni sessanta la custodia della collezione passò alla figlia Maria, anche lei studiosa di cose d’arte, fino al 1987, quando alla morte di lei quello che era rimasto della collezione è stato disperso in una grande vendita condotta allora da Finarte.