€ 20.000,00 / 25.000,00
Stima
Conversione Valute
Descrizione
Giuseppe venduto dai fratelli
olio su tela
Largh. 219 - Alt. 168 Cm
Largh. 219 - Alt. 168 Cm
Provenienza
Collezione privata, Genova
Ulteriori informazioni
Queste due grandi tele provenienti dalla collezione di Raffaele Costa, mercante di coralli attivo a Genova tra la fine ‘800 e inizio ‘900 (Quartero-Dagnino 2020, pp. 99, 104) sono un’aggiunta significativa al catalogo assai ridotto di Luca Saltarello. Nonostante il ‘raro talento’ a lui attribuito (Ratti 1768, p. 292), siamo in possesso di poche informazioni sulla sua vita: nato intorno al 1610 ‘di padre assai scarso di beni…incominciò assi tosto a farsi conoscere vero esecutore’ dei modi del suo maestro Domenico Fiasella (Soprani 1674, p. 83); nonostante la gran copia di tele riposte in luoghi privati ’non più di tre opere si vedono di suo in luogo pubblico’ (Soprani 1674, p. 83) e di queste oggi è noto soltanto il Miracolo di san Benedetto per la chiesa di Santo Stefano a Genova, firmato e datato 1632 (fig. 1). Costantemente insoddisfatto il pittore ‘risolse di sottoporsi di nuovo alle fatiche dello studio e, senz’altro dire partendosi da Genova se ne andò in Roma dove, scordandosi d’esser maestro, si diede a guisa di principiante a dissegnare li più stimati marmi … nel che tanto indiscretamente si faticò che… gionse in pochi giorni al termin di sua vita’ (Soprani 1674, p. 83). Conferma la sua qualifica di maestro l’unico documento emerso in epoca moderna, quello che ne attesta la partecipazione alla tassazione speciale del 1630 per la costruzione delle nuove mura (Gallamini 2009 e 2019 con bibliografia precedente). Indagini per il suo catalogo sono state condotte da Camillo Manzitti (2006) e da Anna Orlando (2010, pp. 172, 210-211) su base stilistica.
Nella prima tela è raffigurato il momento in cui i sette figli di Giacobbe e di Lia ricevono 20 scicli d’argento per la vendita del loro fratellastro Giuseppe a mercanti ismaeliti, cioè provenienti dalla penisola arabica (Gen. 37, 25-28). Il primogenito Ruben, anche se incerto, conclude la trattativa su sollecitazione dal più giovane e scaltro Giuda, a torso nudo con una sacca da pastore a tracolla. L’acquirente è un fiero mercante levantino, accompagnato da un uomo con pizzetto e da un vivace cavallo.
La seconda tela è ambientata alcuni anni dopo nella capitale del regno d’Egitto dove Putifarre, consigliere e capo delle guardie del faraone, ordina di incarcerare Giuseppe. Anni prima, infatti, Putifarre aveva comprato il ragazzo come schiavo dagli stessi mercanti ismaeliti per poi constatarne le straordinarie virtù e affidargli l’amministrazione delle proprie sostanze. Tuttavia un giorno la moglie di Putifarre, dopo essere stata respinta da Giuseppe, lo accusa con l’inganno di avere provato a sedurla (Gen. 39, 1-20). Nel dipinto due anziane guardie eseguono perplesse l’ordine del generale di condurre in prigione Giuseppe il quale è accolto benevolmente dal custode delle carceri. Sullo sfondo della tela è evocato un momento ancora successivo della vita di Giuseppe, cioè quando anni dopo viene condotto alla presenza del faraone, riconoscibile per il vestito vagamente ispirato al robone dogale, per interpretarne i sogni (Gen. 41).
Un confronto puntuale per l’attribuzione di queste due tele si ha con il Miracolo del muratore caduto nella chiesa di Santo Stefano a Genova (fig. 1), l’unica opera nota di Saltarello firmata e datata. Dal punto di vista stilistico in tutte queste tele si percepisce chiaramente l’assimilazione della lezione di Domenico Fiasella, nell’equilibrata impostazione teatrale, nella pennellata franca e corposa, nella correttezza del disegno. Come nella pala di Santo Stefano, anche in queste due opere l’artista si è ispirato a Genova: Giuseppe viene incarcerato in una stretta strada dove si susseguono torri medioevali in mattoni con pontili aerei, edifici trecenteschi a bande bianche e nere e nuove architetture manieriste come si potevano incontrare presso il carcere cittadino, ‘rinserrato com’è tra case addossate alla cattedrale e il retro di Palazzo ducale di cui divenne parte integrante dopo il 1581 con il nome di Palazzetto Criminale’ (Poleggi 2009, p. 143).
L’attenzione con cui l’artista descrive l’abbigliamento dei protagonisti offre spunti originali per l’interpretazione degli episodi biblici e della società genovese del XVII secolo. L’elegante mercante della Vendita di Giuseppe porta un turbante rigato di rosso, un caftano listato di raso di seta cangiante e babbucce alla turca; questo vestito è riconoscibile quale tipico degli armeni come descritto nel celebre volume di Cesare Vecellio Habiti antichi et moderni dedicato alla descrizione e illustrazione della storia dell’abbigliamento (1590, pp. 440-444; cfr. Pessa 2015). L’attento personaggio alle sue spalle con baffi a manubrio e sottile pizzetto indossa invece un completo rosso ornato di tagli o spacchi al petto, alle maniche e alle braghe come di moda in Francia e nel nord Europa nei primi decenni del Seicento (cfr. J. Van Belcamp, Ritratto di Luigi XIII, 1636, Inghilterra, Royal Collection). Questo personaggio, non essendo parte della carovana degli ismaeliti e tanto meno degli umili pastori della famiglia di Giuseppe, potrebbe interpretare il ruolo di ‘censaro’, figura comune nelle trattative commerciali all'epoca di Saltarello. Per ‘censaro’ si indicava chi, all’occasione, svolgeva la funzione di mediatore, interprete o garante della correttezza della transazione, ruolo spesso ricoperto a Genova da stranieri (Fioriti 2023, pp. 155, 160-162; Tosco 2023, pp. 243-255). Nel Giuseppe incarcerato Saltarello dimostra la stessa attenzione all’abbigliamento del comandante della prigione con il copricapo di martora, caftano vermiglio con sciarpa in vita ‘di velo vergata’ alla moda moscovita (Vecellio 1590, p. 357). Putifarre invece accompagna al turbante rosso all’orientale un’elegante armatura europea quasi ad evocare un personaggio storico. Inoltre ostenta una piccola treccia sulla spalla destra chiamata ‘cadenette’, un vezzo maschile destinato ad un’ampia fortuna negli ambienti militari a partire da quegli anni grazie al maresciallo francese Honoré d’Albert signore di Cadenet (1581-1649; La Grande Encyclopédie 1885, VII, p. 690, ringrazio Michela Cucicea per questa e altre indicazioni relative alla storia della moda). La cura ritrattistica dei lineamenti, il protagonismo rispetto agli altri personaggi suggeriscono future ricerche che spieghino come Putifarre e gli altri antagonisti di Giuseppe potessero richiamare ai contemporanei non solo l’esemplarità della vicenda sacra ma anche un contesto sociale e un messaggio politico chiaramente individuato.
Nella prima tela è raffigurato il momento in cui i sette figli di Giacobbe e di Lia ricevono 20 scicli d’argento per la vendita del loro fratellastro Giuseppe a mercanti ismaeliti, cioè provenienti dalla penisola arabica (Gen. 37, 25-28). Il primogenito Ruben, anche se incerto, conclude la trattativa su sollecitazione dal più giovane e scaltro Giuda, a torso nudo con una sacca da pastore a tracolla. L’acquirente è un fiero mercante levantino, accompagnato da un uomo con pizzetto e da un vivace cavallo.
La seconda tela è ambientata alcuni anni dopo nella capitale del regno d’Egitto dove Putifarre, consigliere e capo delle guardie del faraone, ordina di incarcerare Giuseppe. Anni prima, infatti, Putifarre aveva comprato il ragazzo come schiavo dagli stessi mercanti ismaeliti per poi constatarne le straordinarie virtù e affidargli l’amministrazione delle proprie sostanze. Tuttavia un giorno la moglie di Putifarre, dopo essere stata respinta da Giuseppe, lo accusa con l’inganno di avere provato a sedurla (Gen. 39, 1-20). Nel dipinto due anziane guardie eseguono perplesse l’ordine del generale di condurre in prigione Giuseppe il quale è accolto benevolmente dal custode delle carceri. Sullo sfondo della tela è evocato un momento ancora successivo della vita di Giuseppe, cioè quando anni dopo viene condotto alla presenza del faraone, riconoscibile per il vestito vagamente ispirato al robone dogale, per interpretarne i sogni (Gen. 41).
Un confronto puntuale per l’attribuzione di queste due tele si ha con il Miracolo del muratore caduto nella chiesa di Santo Stefano a Genova (fig. 1), l’unica opera nota di Saltarello firmata e datata. Dal punto di vista stilistico in tutte queste tele si percepisce chiaramente l’assimilazione della lezione di Domenico Fiasella, nell’equilibrata impostazione teatrale, nella pennellata franca e corposa, nella correttezza del disegno. Come nella pala di Santo Stefano, anche in queste due opere l’artista si è ispirato a Genova: Giuseppe viene incarcerato in una stretta strada dove si susseguono torri medioevali in mattoni con pontili aerei, edifici trecenteschi a bande bianche e nere e nuove architetture manieriste come si potevano incontrare presso il carcere cittadino, ‘rinserrato com’è tra case addossate alla cattedrale e il retro di Palazzo ducale di cui divenne parte integrante dopo il 1581 con il nome di Palazzetto Criminale’ (Poleggi 2009, p. 143).
L’attenzione con cui l’artista descrive l’abbigliamento dei protagonisti offre spunti originali per l’interpretazione degli episodi biblici e della società genovese del XVII secolo. L’elegante mercante della Vendita di Giuseppe porta un turbante rigato di rosso, un caftano listato di raso di seta cangiante e babbucce alla turca; questo vestito è riconoscibile quale tipico degli armeni come descritto nel celebre volume di Cesare Vecellio Habiti antichi et moderni dedicato alla descrizione e illustrazione della storia dell’abbigliamento (1590, pp. 440-444; cfr. Pessa 2015). L’attento personaggio alle sue spalle con baffi a manubrio e sottile pizzetto indossa invece un completo rosso ornato di tagli o spacchi al petto, alle maniche e alle braghe come di moda in Francia e nel nord Europa nei primi decenni del Seicento (cfr. J. Van Belcamp, Ritratto di Luigi XIII, 1636, Inghilterra, Royal Collection). Questo personaggio, non essendo parte della carovana degli ismaeliti e tanto meno degli umili pastori della famiglia di Giuseppe, potrebbe interpretare il ruolo di ‘censaro’, figura comune nelle trattative commerciali all'epoca di Saltarello. Per ‘censaro’ si indicava chi, all’occasione, svolgeva la funzione di mediatore, interprete o garante della correttezza della transazione, ruolo spesso ricoperto a Genova da stranieri (Fioriti 2023, pp. 155, 160-162; Tosco 2023, pp. 243-255). Nel Giuseppe incarcerato Saltarello dimostra la stessa attenzione all’abbigliamento del comandante della prigione con il copricapo di martora, caftano vermiglio con sciarpa in vita ‘di velo vergata’ alla moda moscovita (Vecellio 1590, p. 357). Putifarre invece accompagna al turbante rosso all’orientale un’elegante armatura europea quasi ad evocare un personaggio storico. Inoltre ostenta una piccola treccia sulla spalla destra chiamata ‘cadenette’, un vezzo maschile destinato ad un’ampia fortuna negli ambienti militari a partire da quegli anni grazie al maresciallo francese Honoré d’Albert signore di Cadenet (1581-1649; La Grande Encyclopédie 1885, VII, p. 690, ringrazio Michela Cucicea per questa e altre indicazioni relative alla storia della moda). La cura ritrattistica dei lineamenti, il protagonismo rispetto agli altri personaggi suggeriscono future ricerche che spieghino come Putifarre e gli altri antagonisti di Giuseppe potessero richiamare ai contemporanei non solo l’esemplarità della vicenda sacra ma anche un contesto sociale e un messaggio politico chiaramente individuato.
Bibliografia
M. Romanengo in Ottomani, Barbareschi e Mori nell'arte a Genova. Fascinazioni, scontri, scambi nei secoli XVI-XVIII, a cura di L. Stagno, D. Sanguineti e V. Borniotto, Sagep, Genova 2024, pp. 230-233, nn. 26a, 26b
Esposizioni
Ottomani, Barbareschi e Mori nell'arte a Genova, Palazzo Nicolosio Lomellino (Genova, 26/10/24-26/1/25)
Asta Live 1034
Old Masters - II
gio 26 Giugno 2025
Genova
TORNATA UNICA 26/06/2025 Ore 16:30
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