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Cassettone intarsiato. Attribuito a Gaetano Renoldi, Genova, ultimo decennio del XVIII secolo
Descrizione
Cassettone intarsiato. Attribuito a Gaetano Renoldi, Genova, ultimo decennio del XVIII secolo
cm 124X62X107
Lastronato e intarsiato in noce, palissandro, acero, ciliegio e legno tinto. Fronte a tre cassetti di cui il mediano di dimensioni più grandi. Fronte e fianchi centrati da riserve in rilievo che contengono intarsi di foglie susseguenti e di raggiere e che incorniciano paesaggi con rovine architettoniche e figure; sul lastrone di palissandro si stagliano fitti intarsi chiari di girali e racemi fogliati. I cassetti più piccoli, delimitati da fasce intarsiate a foglie e modanature, sono arricchiti da vaso centrale da cui si dipartono tralci di vite. Candelabra angolari sia sul fronte che sui fianchi. Piedi sagomati e intarsiati a fiori concatenati. Piano in marmo.
Ulteriori informazioni
Come da comunicazione verbale del dott. Lodovico Caumont Caimi, le caratteristiche stilistiche di questo cassettone permettono di inserirlo a pieno titolo nella produzione di Gaetano Renoldi, ebanista milanese di nascita e genovese di adozione.
L’attività della sua bottega è documentata a Genova tra il 1793 - quando firma un comò citato da Caumont Caimi in collezione privata - e il 1798, data apposta su due tarsie a soggetto marino che nel 1985 si trovavano a Parigi presso la Galleria Kugel e che riportano rispettivamente la sigla “GR 1798” e l’iscrizione “opere di Gaetano Renaldi ebanista milanese abitante in Genova Strada Novissima”.
Nonostante il nostro cassettone sia mancante della firma, i tre pannelli a tarsia prospettica, posti al centro di fronte e fianchi, sono attribuibili a Renoldi, sia per la tecnica costruttiva che per la scelta dei legni e dei soggetti rappresentati. Su un impianto strutturale comune all’ebanisteria genovese, Renoldi aggiunse il suo personale tocco prediligendo, in questo caso, la raffigurazione di architetture classiche e ruderi, altre volte di vedute di città e paesaggi, ispirati a incisioni tratte dalle opere di Claude Joseph Vernet (1714-1789), talvolta di paesaggi bucolici con figure.
Il più corposo contributo alla conoscenza della produzione artistica di Renoldi, qui riportato in bibliografia, avanza l’ipotesi che Renoldi si avvalesse della collaborazione di botteghe genovesi, al momento anonime, per la costruzione dei mobili, sui quali poi realizzava o applicava i suoi pannelli intarsiati. Come dimostra l’impianto decorativo, e soprattutto la sagoma dei piedi del nostro mobile, si trattava di laboratori ed ebanisti ben edotti nell’arte di Giuseppe Maggiolini volti a soddisfare l’ampia richiesta dell’aristocrazia genovese dell’ultimo decennio del Settecento che si era aperta alle novità introdotte dall'ebanista di Parabiago. L’importante mobile da lui realizzato nel 1784 per Domenico Serra, marchese di Genova, gli valse incondizionata ammirazione e suscitò un grande seguito tra le maestranze genovesi.
L’attività della sua bottega è documentata a Genova tra il 1793 - quando firma un comò citato da Caumont Caimi in collezione privata - e il 1798, data apposta su due tarsie a soggetto marino che nel 1985 si trovavano a Parigi presso la Galleria Kugel e che riportano rispettivamente la sigla “GR 1798” e l’iscrizione “opere di Gaetano Renaldi ebanista milanese abitante in Genova Strada Novissima”.
Nonostante il nostro cassettone sia mancante della firma, i tre pannelli a tarsia prospettica, posti al centro di fronte e fianchi, sono attribuibili a Renoldi, sia per la tecnica costruttiva che per la scelta dei legni e dei soggetti rappresentati. Su un impianto strutturale comune all’ebanisteria genovese, Renoldi aggiunse il suo personale tocco prediligendo, in questo caso, la raffigurazione di architetture classiche e ruderi, altre volte di vedute di città e paesaggi, ispirati a incisioni tratte dalle opere di Claude Joseph Vernet (1714-1789), talvolta di paesaggi bucolici con figure.
Il più corposo contributo alla conoscenza della produzione artistica di Renoldi, qui riportato in bibliografia, avanza l’ipotesi che Renoldi si avvalesse della collaborazione di botteghe genovesi, al momento anonime, per la costruzione dei mobili, sui quali poi realizzava o applicava i suoi pannelli intarsiati. Come dimostra l’impianto decorativo, e soprattutto la sagoma dei piedi del nostro mobile, si trattava di laboratori ed ebanisti ben edotti nell’arte di Giuseppe Maggiolini volti a soddisfare l’ampia richiesta dell’aristocrazia genovese dell’ultimo decennio del Settecento che si era aperta alle novità introdotte dall'ebanista di Parabiago. L’importante mobile da lui realizzato nel 1784 per Domenico Serra, marchese di Genova, gli valse incondizionata ammirazione e suscitò un grande seguito tra le maestranze genovesi.
Bibliografia
Lodovico Caumont Caimi, L’ebanisteria genovese del Settecento, PPS, Parma, 1995, pp. 302, figg. 268 e 269;
Alvar Gonzáles-Palacios, Il mobile in Liguria, Sagep, Genova, 1996, p. 289, fig. 345;
Enrico Colle, Il mobile neoclassico in Italia: Arredi e decorazioni d'interni dal 1775 al 1800, Electa, 2005, pp. 382-383, fig. 88;
Lodovico Caumont Caimi, Gaetano Renoldi “ebanista Milanese abitante in Genova Strada Novissima”, in G. Ruffini, F. Simonetti, G. Zanelli (a cura di), Paolo Francesco Spinola: un aristocratico tra Rivoluzione e Restaurazione, Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, Genova 2010, pp. 37-52.
Alvar Gonzáles-Palacios, Il mobile in Liguria, Sagep, Genova, 1996, p. 289, fig. 345;
Enrico Colle, Il mobile neoclassico in Italia: Arredi e decorazioni d'interni dal 1775 al 1800, Electa, 2005, pp. 382-383, fig. 88;
Lodovico Caumont Caimi, Gaetano Renoldi “ebanista Milanese abitante in Genova Strada Novissima”, in G. Ruffini, F. Simonetti, G. Zanelli (a cura di), Paolo Francesco Spinola: un aristocratico tra Rivoluzione e Restaurazione, Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, Genova 2010, pp. 37-52.
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