A metà degli anni novanta, dopo l’esperienza di Locus Solus – la galleria fondata insieme a Uberta Sannazzaro che, dall’inizio degli anni ottanta, è stata una delle più interessanti vetrine della scena concettuale internazionale – Vittorio Dapelo decise di abbandonare momentaneamente il mondo dell’arte contemporanea per tornare a una sua antecedente passione, il design industriale, accumulando in pochi anni circa 2.000 pezzi.
L’idea di collezionare oggetti di design inizia con una ricerca mirata nell’ambito della produzione italiana del Dopoguerra che, partendo dalla celebre radio Phonola in bachelite disegnata dai fratelli Castiglioni assieme a Luigi Caccia Dominioni e vincitrice della Medaglia d’Oro alla Triennale di Milano del 1940, ripercorre gli esordi del Compasso d’oro attraverso oggetti poi diventati icone del “Made in Italy”: il ventilatore Zerowatt VE 505 di Ezio Pirali, la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, il televisore Phonola, le lampade di Gino Sarfatti, il telefono Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper, la lampada Eclissi di Vico Magistretti per Artemide.
All’interno di un suggestivo spazio espositivo degli anni trenta, denominato DDD (Domestic Design Depot è una delle possibili interpretazioni dell’acronimo), la collezione viene sistematicamente ordinata dal “curatore” seguendo precise metodologie. Sulle scaffalature si susseguono file di radio, televisori, telefoni, ventilatori e lampade, presentati nelle loro possibili varianti cromatiche per evidenziare e documentare la serialità dell’oggetto e, soprattutto, per risaltarne la forma attraverso la reiterazione dello stesso modello in colori diversi: i televisori Doney e Algol disegnati da Marco Zanuso e Richard Sapper per Brionvega, la radio TS522 sempre di Zanuso per Brionvega, il mangiadischi Pop di Mario Bellini per Minerva, la lampada KD 27 di Joe Colombo per Kartell, solo per citare alcuni oggetti emblematici del design italiano anni sessanta.
La ricerca sulla serialità del prodotto si estende puntualmente alla ceramica, al vetro, ai metalli e alla plastica. Nelle sale, suddivise a seconda dei materiali, il dialogo si sposta quindi dall’industrial design alle arti decorative con rimandi a realtà temporali e spaziali di ampio raggio, che denotano la vasta cultura di Dapelo sull’argomento.
Per quanto concerne la ceramica, della produzione Richard Ginori – con Gio Ponti e Giovanni Gariboldi – e della Società Ceramica Italiana di Laveno – con Guido Andlovitz e Antonia Campi – Dapelo seleziona i vasi e i servizi dalle linee più essenziali nelle loro svariate soluzioni cromatiche e li accosta ai vasi di Keith Murray per Wedgwood, al servizio American Modern di Russell Wright, alle ceramiche di Eva Zeisel, suggerendo audaci rimandi linguistici all’interno della produzione ceramica europea e americana del periodo tra gli anni trenta e gli anni cinquanta.
Tornando alla scena italiana, Dapelo raccoglie le ceramiche futuriste di Albisola e le raffronta con la produzione americana di quegli anni, come il celebre servizio Fiesta o la brocca (da frigo) Hercules di Palin Thorley, che riflettono le forme aerodinamiche dello Streamline, lo stile caratteristico del design industriale americano degli anni trenta, di cui il DDD possiede i nomi più importanti: Norman Bel Geddes, Henry Dreyfuss, Walter Dorwin Teague, Isamu Noguchi, Kem Weber, John Vassos e infine Raymond Loewy, famoso per essere “the man who shaped America”.
L’idea di collezionare oggetti di design inizia con una ricerca mirata nell’ambito della produzione italiana del Dopoguerra che, partendo dalla celebre radio Phonola in bachelite disegnata dai fratelli Castiglioni assieme a Luigi Caccia Dominioni e vincitrice della Medaglia d’Oro alla Triennale di Milano del 1940, ripercorre gli esordi del Compasso d’oro attraverso oggetti poi diventati icone del “Made in Italy”: il ventilatore Zerowatt VE 505 di Ezio Pirali, la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, il televisore Phonola, le lampade di Gino Sarfatti, il telefono Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper, la lampada Eclissi di Vico Magistretti per Artemide.
All’interno di un suggestivo spazio espositivo degli anni trenta, denominato DDD (Domestic Design Depot è una delle possibili interpretazioni dell’acronimo), la collezione viene sistematicamente ordinata dal “curatore” seguendo precise metodologie. Sulle scaffalature si susseguono file di radio, televisori, telefoni, ventilatori e lampade, presentati nelle loro possibili varianti cromatiche per evidenziare e documentare la serialità dell’oggetto e, soprattutto, per risaltarne la forma attraverso la reiterazione dello stesso modello in colori diversi: i televisori Doney e Algol disegnati da Marco Zanuso e Richard Sapper per Brionvega, la radio TS522 sempre di Zanuso per Brionvega, il mangiadischi Pop di Mario Bellini per Minerva, la lampada KD 27 di Joe Colombo per Kartell, solo per citare alcuni oggetti emblematici del design italiano anni sessanta.
La ricerca sulla serialità del prodotto si estende puntualmente alla ceramica, al vetro, ai metalli e alla plastica. Nelle sale, suddivise a seconda dei materiali, il dialogo si sposta quindi dall’industrial design alle arti decorative con rimandi a realtà temporali e spaziali di ampio raggio, che denotano la vasta cultura di Dapelo sull’argomento.
Per quanto concerne la ceramica, della produzione Richard Ginori – con Gio Ponti e Giovanni Gariboldi – e della Società Ceramica Italiana di Laveno – con Guido Andlovitz e Antonia Campi – Dapelo seleziona i vasi e i servizi dalle linee più essenziali nelle loro svariate soluzioni cromatiche e li accosta ai vasi di Keith Murray per Wedgwood, al servizio American Modern di Russell Wright, alle ceramiche di Eva Zeisel, suggerendo audaci rimandi linguistici all’interno della produzione ceramica europea e americana del periodo tra gli anni trenta e gli anni cinquanta.
Tornando alla scena italiana, Dapelo raccoglie le ceramiche futuriste di Albisola e le raffronta con la produzione americana di quegli anni, come il celebre servizio Fiesta o la brocca (da frigo) Hercules di Palin Thorley, che riflettono le forme aerodinamiche dello Streamline, lo stile caratteristico del design industriale americano degli anni trenta, di cui il DDD possiede i nomi più importanti: Norman Bel Geddes, Henry Dreyfuss, Walter Dorwin Teague, Isamu Noguchi, Kem Weber, John Vassos e infine Raymond Loewy, famoso per essere “the man who shaped America”.